Lasciate stare Alda Merini e Bukowski!!!

L’ipocrisia delle emozioni facili.

Siamo invasi da una pornografia emotiva continua. Vomitiamo citazioni di artisti o pensatori che non conosciamo minimamente e che se avessimo incontrato per strada avremmo guardato in modo schifato.

La compulsività e la facilità di citare la Merini, Bukowski, De Andrè, Cobain o qualsiasi altro artista disperato è direttamente proporzionale all’altezza del tacco della scarpa da sera, alla frequenza con la quale ci si rifà le unghie finte o ci si tatua la prima cosa che ci passa per la mente, come se fermare qualcosa sul corpo equivalesse a fermare il tempo e far restare una persona con noi.

Il mondo vive una forma di dissenteria emotiva continua, una infinita svalutazione e semplificazione della passione, delle emozioni, del romanticismo, dei rapporti di coppia; emorragia emotiva legittimata da programmi tutti identici, di finti applausi, finti incontri casuali, finti primi e unici amori, finti corteggiamenti e finta onestà emotiva e verissima teatralità, vortice inarrestabile che genera nelle persone (spessissimo donne) una continua illusione che la realtà relazionale sia quella suscitata da una semplice frase, dove volere è potere, dove l’amore supera ogni difficoltà e cambia le persone e il nostro partner (se vogliamo cambiarlo non vogliamo lui, vogliamo un altro!!), generando un mondo magico d’amore incondizionato, rispetto e supporto affettivo, nel quale il nostro salvatore arriverà con un paio di leggins e con il pacco rinforzato su una moto rumorosissima, dato che il cavallo ce lo siamo mangiati per la nostra dieta magra e iperproteica.

Sui social non se ne può più di citazioni pseudo romantiche della Merini, Bukowski (ho dovuto cercare il nome per non sbagliarlo), De Andrè e qualche artista di cui nessuno conosce nulla se non la frase (attribuita a lui, ma chissà…) che posta in un secondo, appena dopo il gattino che fa le fusa guardando la tele, un piatto di sushi (sicuramente più interessante del commensale visto che desideriamo fotografare il piatto piuttosto che dialogare con lui) e il proprio sdegno per il politico di turno.

La capacità di stare sul proprio pensiero e la propria emozione ormai è ridotta al tempo e allo sforzo di una scoreggia, e questa cosa è evidentissima nelle terapie familiari che vedo quotidianamente.

Il vissuto del ragazzo che chiede aiuto in famiglia non resta nella “pancia” del genitore nemmeno un secondo…o forse è talmente grande l’incapacità di gestire il proprio dolore e quello del figlio che è meglio girare immediatamente pagina, prima ancora di sentire che cosa ci ha suscitato aver letto la prima riga.

Il ragazzo parla, cerca di dire la sua, come può, con il suo linguaggio e con la sua capacità raccontarsi, e il genitore immediatamente gli parla sopra, da soluzioni pratiche riportando il racconto del figlio al proprio vissuto con una continua banalizzazione emotiva, dando le sue perle di saggezza su cosa sia giusto fare, di come si vive correttamente; stesso genitore che magari si sfonda di cibo, netflix, posta i gattini citati prima e qualche frase della Merini dopo essersi messo 1 cm di catrame sui polmoni con le sue 20 sigarette al giorno.

Noi adulti agli occhi dei nostri figli abbiamo la stessa credibilità di un dietologo di 180 kg o di Sgarbi che insegna meditazione Vipassana e l’accettazione incondizionata del pensiero buddista.

Mi chiedo se chi cita la Merini, Bukowski o Kurt Cobain abbia la minima idea di cosa voglia dire vivere davvero in quel delirio emotivo, in quella continua sofferenza e impossibilità di trovare uno spiraglio di quiete e che li ha portati ad una continua autodistruzione, all’alcolismo, a ricoveri psichiatrici e magari al suicidio.

Ogni bar sottocasa ha al suo interno una Merini, un Cobain. Sono quelli che al mattino si bevono il bianchino, che hanno le dita e i baffi gialli di nicotina, che magari puzzano e sono vestiti in modo improbabile che ci fanno fare il commentino acido di nascosto con il nostro collega.

La Merini se l’avessimo incontrata al bar o sul marciapiede l’avremmo guardata con sospetto, l’avremmo evitata, magari lavandoci immediatamente le mani se mai l’avessimo dovuta toccare, vivendo quella sensazione di “sporco” che viviamo quando tocchiamo qualcuno che non rientra nel nostro mondo “civile”: uno zingaro, il ragazzo di colore che ci consiglia il parcheggio al centro commerciale o un barbone che ci chiede una monetina, guardandoli poi con il giudizio che contraddistingue noi persone per bene, che fa sentire chi non riesce a vivere in questo mondo iper-performante e che genera malessere, solitudine e incapacità di salire su questo treno sociale che ha pochi binari, che vede sempre gli stessi posti, tutti uguali, che fa poche fermate, che va a 200 km/h e che è incurante delle intelligenze diverse, delle diverse sensibilità, di chi non si adatta a ciò che definiamo normale, ma che magari è patogeno (genera malessere).

Bukoswki era un pederasta. Da ubriaco si scopava le ragazzine (non faceva l’amore!!! Era un puttaniere seriale, esattamente come De Andrè, entrambi innamorati dell’onestà dei rapporti che si creano con loro) le nostre figlie sedicenni che escono alla sera, che magari attratte da un papà ombroso, enigmatico e svalutante ma capace di tenerle in bilico emotivo, proprio come il proprio padre, venivano attratte senza sapere minimamente chi fosse.

Quando citiamo qualcuno come se niente fosse, senza pensare un minuto, senza sentire, deleghiamo il nostro vissuto e pensiero a qualcuno che molto probabilmente schiferemmo nella vita, esattamente come faremmo oggi con Gesù se lo vedessimo così com’era nella realtà.

Era arabo, vestiva male, la sua povertà non gli permetteva una buona igiene personale e soprattutto assomigliava al nostro kebabbaro sotto casa, non a Bjorn Borg come la nostra nonna ci ha insegnato.

La maggior parte del nostro pensiero libero, delle nostre libertà, di ciò che legittima il nostro vivere, che ci da senso, che ha cambiato il nostro abbigliamento, che abbellisce le nostre case, che ha accorciato le gonne delle donne, che ci da ristoro dopo le nostre liti con i nostri genitori o partner e che ci ha fatto sentire liberi, è stato scritto e creato da persone che snobberemmo nella vita quotidiana.

Si vestivano male, erano incuranti della forma, del bel pensare, erano scurrili, avevano macchine sporche e ammaccate, facevano discorsi crudi, cinici e dissacranti. Si sono formati ai margini della società e se venivano integrati magari grazie alla popolarità raggiunta, venivano accettati solo per il loro nuovo status sociale; perchè “fa figo” sapere di essere “suo amico”, ma la stessa persona è quella che si faceva le pere a 16 anni, che si metteva le felpe lunghe e sporche, che ascoltava metal con le cuffie senza incrociare il nostro sguardo o che magari vomitava la propria sbronza sul portone di casa nostra in centro nella quale magari abbiamo un suo dipinto in salotto.

Amo i matti, quelli veri, quelli che parlano da soli, che viaggiano da soli adattondosi a tutto pur di essere liberi, che ti capiscono in un secondo senza avere frequentato scuole di psicoterapia costosissime, che non sanno definire in termine tecnico la psicopatologia ma hanno il fiuto per l’anima delle persone che i segugi hanno per i fagiani.

Amo i matti perché sono invidioso di loro, della loro capacità di essere sé stessi, di dire di basta quando stanno male, di allontanarsi quando qualcosa li intrappola, di commuoversi per un tramonto, di incazzarsi per un’ingiustizia e di scendere in piazza davvero e che se ne vanno dalla piazza quando noi andiamo a festeggiare per la nazionale di calcio.

I matti siamo noi, blindati nel nostro ben pensare, nel nostro bigottismo e nelle nostre ipocrisie. Noi che ci definiamo cristiani e non abbiamo mai letto la bibbia, in molte sue parti il libro più sanguinoso che si possa trovare in commercio.

Noi che parliamo solo di cazzate e che per provare emozioni di pochi istanti ci rincoglioniamo sui social, spostando l’attenzione di continuo, esattamente come lo facciamo con i nostri partner e potenziali tali; tutti su uno scaffale, così quando litigo con mia moglie posso scrivere a qualcuno che ha citato la Merini, perché sicuramente sta male e cerca il suo salvatore, ma forse trova solo Salvatore, un narcisone di quelli affascinanti che dopo poco ti mandano una canzone di Vasco che l’ha fatto commuovere un secondo, tra il gattino e il gol del Milan.

Non rompiamo la minchia a disperati ai quali dobbiamo la nostra libertà e che schiferemmo nella vita reale; perché se erano disperati, lo era perché non trovavano un posto nel nostro mondo tutto uguale, fatto di precisione, macchine lucide, vacanze in villaggi tutti identici, diete iperproteiche, puntualità, disciplina e castrazione emotiva.

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