Amore tossico e dipendenza affettiva

Eppure era così romantico all’inizio!

Amore, bisogno, follie, seduzioni e cecità

All’inizio non era così, era romantico, mi faceva sentire importante, mi mangiava con gli occhi, mi mandava canzoni che ricordavano di noi, era curato, attento ad ogni cosa e mi sentivo la sua regina. 

Quante volte abbiamo detto o ci siamo sentiti dire frasi così da amici, amiche o anche pazienti nel mio caso?

E a me cinicamente viene da dire: “ma ti aspettavi che ruttasse al primo incontro, si scaccolasse, venisse sporco o ti dicesse che se ingelosito ti avrebbe rovinato la vita”?

L’essere umano, così come qualsiasi animale, è spinto da un bisogno innato di dare il meglio di sé all’inizio, di sedurre, di compiacere, di essere gentile anche se è arrabbiato, di dire la frase che può farlo sembrare un po’ più interessante o colto, di “dominare” gentilmente o in modo subliminale l’altro, non per forza per cattiveria, ma perché è la dinamica naturale delle cose.

I fiori si fanno più belli per essere impollinati, i gorilla si gonfiano il petto, un gatto si struscia…e noi laviamo la macchina, mettiamo il tacco 12 o l’orologio di lusso, empatizziamo di più o sfoggiamo una citazione di un libro che non abbiamo letto.

Ecco perché non credo e anzi, spesso sono infastidito, dai mille articoli sui narcisisti e sui narcisismi (maschili e femminili),  scritti a mio avviso da vittime ignare del proprio ruolo funzionale all’interno della dinamica seduttiva di coppia; che ai loro occhi si sentono tradite nelle promesse ricevute, nelle speranze condivise e mai realizzate.

Perché tutti abbiamo le nostre falsità, spesso automatiche ed involontarie. Il problema è forse la misura e quanto siamo capaci di vederci da fuori, nel tentativo di non colludere con le nostre parti più disfunzionali ed egoiste di noi stessi.

Un narcisista non pianifica le frasi strappa lacrime da dire o le promesse da millantare. Il narcisista, tutti noi, sentiamo delle cose nella relazione e nell’altro, e in quel momento magico che ha qualcosa di eterno con l’altro, si attiva in noi una dinamica seduttiva, di compiacimento, di sottile o plateale seduzione involontaria, che spesso, e qui c’è la patologia, viene cavalcata per sedurre e plagiare l’altro.

Chiunque di noi per uscire si veste un po’ meglio, non va a fare la spesa in condizione di totale abbandono, nonostante 20 minuti prima in casa lo fosse. Ognuno di noi saluta il postino o interagisce con il barista in modo più brillante di come farebbe se non avesse bisogno di conferme.

Il nostro intero abbigliamento si basa su questo, la moda, il dover scartare un maglione che per magia ci piaceva tanto ma è stato superato dai colori della nuova stagione o non ci fa sentire rappresentati nello stile a cui vogliamo appartenere. 

Chiunque di noi all’inizio di un rapporto sente quella sottile tensione, quasi erotica (di compiacimento, non per forza sessuale), nella quale e per la quale, cerca di dare l’immagine di sé che ipotizza l’altro abbia di lui. Quella tensione che ci fa sentire quel sottile disagio tipico di quando siamo sull’ascensore con degli sconosciuti. Gli spazi sono troppo stretti e per superare l’imbarazzo diciamo cose, guardiamo il cellulare senza motivo o leggiamo l’etichetta. Tutto è funzionale a sembrare meno goffi, a piacere un po’ di più, perché le distanze fisiche (e quindi emotive) non sono sotto il nostro controllo. 

In un rapporto non ci sono vittime e carnefici, ci sono “malattie” che si incontrano, bisogni primordiali che si annusano e si attraggono, esattamente come un bambino bullo dopo 10 minuti in una nuova classe ha individuato il suo secchio in cui vomitare la sua rabbia e nella stessa misura, il bambino “vittima-secchio” sa che sarà vittima di quel tizio un po’ robusto che è appena entrato in classe.

I nostri bisogni profondi e le nostre convinzioni malate si attraggono. Una persona non amata da piccola, non voluta o vittima di un rapporto triste e conflittuale, sarà attratta da qualcuno che nel tempo non proverà stima per lei, che silenziosamente la criticherà, la svaluterà, magari fino ad essere violenta con lei.

Allo stesso modo, una persona non amata ma che non riesce a stare con questo suo dolore, diventerà aggressivo, bullo a scuola, prima donna nelle relazioni, rampante sul lavoro, apparentemente gentile nella superficie dei rapporti ma subdolo, ricattatorio e soffocante nell’intimità, con aggressività o con ricatti emotivi; non importa come, l’importante è mantenere un ruolo di dominanza possibile solo se il partner ha bisogno di essere il water della sua rabbia interna, magari nella speranza che la propria bontà e compassione lo salvi, lo tiri fuori da quell’infanzia tanto difficile che lui usa sempre nei suoi racconti, facendoci sentire allo stesso tempo buoni, ma in una gabbia che mai si aprirà, perché il gioco malato da identità ad entrambe le parti. La vittima ha una sua identità, la stessa da quando era piccolo e il carnefice la sua, il figlio irrequieto che non trovava pace e che non riusciva a farsi sentire se non con l’aggressività.

Avete presente quando qualcuno fa una strage in famiglia? Avete mai sentito di un ultrà di qualche squadra, tatuato e palestrato che prende ad accettate la famiglia? Cosa dicono sempre i vicini?

Sembrava tanto una brava persona, salutava sempre, non aveva mai dato problemi al vicinato…e guarda caso aggiungo io, spesso fa lavori di intelletto o organizzativi, perché la sua vita è stata costruita all’insegna del controllo, della fatica prolungata, della resilienza (spesso sono maratoneti, ciclisti, fondisti), nel tentativo di domare una rabbia furibonda attraverso una iper-disciplina, tipica dei samurai; esseri umani disciplinatissimi, ma capaci di sadismo e distanza emotive incredibili, pronti a farsi fuori se perdono il controllo e la loro immagine viene rovinata da un loro errore.

Ognuno di noi ha una sua dimensione di compiacenza, di silente e sorniona seduzione. Paradossalmente l’ultrà tatuato è più onesto, così come il “matto” all’angolo della strada, perché seppur sepolto dalle sue maschere e cicatrici di durezza e abbandono sociale, non cerca di sedurre, semmai magari di intimorire, ma nella sua follia è più onesto, ecco perché si ammalerà di meno di me o di una persona (cognitivamente) gentile, perché la persona gentile si fa il culo per esserlo, si trattiene, smussa, si blocca, cerca di contenere le proprie parti disfunzionali con la consapevolezza e il lavoro su di sé per interrompere quella catena familiare ed emotiva di cui è stato vittima, per non essere come il bullo che lo vessava, per essere amato di più, per cercare semplicemente di evolversi, per non fare agli altri ciò che ha subito, per rispetto di quella promessa che i bambini sofferenti (e spesso immemori da grandi) si fanno dicendo “io non sarò mai come te”.

Ecco perché sono innamorato e un po’ invidioso dei “matti”(dall’arabo-ubriaco, cioè libero), perché in qualche modo, seppur eccessivo, sono liberi, sono diventati matti dopo aver trattenuto troppo, perché esausti dal contenere ciò che non era più contenibile e perché forse  privi di una struttura solida che  altri hanno, si sono arresi alla propria angoscia, alla propria sofferenza, dicendo basta, dicendo sono esausto, mi arrendo ai miei demoni.

Perché nel loro impazzire e palesarsi c’è un atto rivoluzionario, di libertà estrema, un atto d’amore primordiale per sé stessi. Hanno deciso inconspevolmente e a volte volontariamente di arrendersi e di lasciare che le proprie parti “selvagge” , quelle che affascinano da sempre l’umanità e che hanno fatto scrivere romanzi meravigliosi e inquietanti come Dottor Jekill e Mr Hyde (sig. Nascosto) o Frankestein e che ritroviamo negli esorcismi, nei tanti film e libri sulle metamorfosi.

I più evoluti sanno tramutare questo malessere in arte, in pittura, scrittura, scultura, atti di cura per il prossimo; perché senza malessere non ci può essere arte o desiderio di sacrificio per l’Altro. Uno scrittore o un pittore se stanno bene con sè stessi vanno a camminare in un bosco con un amico, non sono spinti  a scrivere la Divina Commedia, una canzone sulla solitudine e non  nemmeno ad aiutare il prossimo, immergendosi in una dimensione di dolore e sofferenza, seppur evolutiva, quotidianamente.

Non siamo uno, MAI, siamo tanti, a volte questi si parlano, a volte litigano, spesso giocano a nascondino all’interno di un corpo alto 180 cm, e forse è anche per questo che spesso ingrassiamo, perché magari  cerchiamo di fare un po’ di posto a tutti, cerchiamo di aumentare la possibilità di essere visti dagli altri,  oppure cerchiamo di diventare invisibili dimagrendo, cercando di sparire, mentre paradossalmente muoviamo ancora più attenzioni, che però ci intrappolano nella nostra identità malata. Io matto. Io anoressica. Io incazzato. Io balbuziente. Io abbandonato, io salvatore, io salvato.

Dentro di noi siamo in tanti, non aspettiamo altro che avere la possibilità di parlare tutti. Qualcuno lo fa parlando, altri urlando, qualcuno correndo, altri prendendo diplomi o dipingendo.

Quindi forse il problema nei rapporti umani è solo uno, sapere quanti siamo dentro di noi, sapere chi ha già preso parola, chi vorrebbe farlo ma non riesce, chi vuole essere accudito, chi vuole accudire, quali sono i nostri bisogni profondi e quanto spesso ci prostituiamo per essere riconosciuti, apprezzati, difesi, accettati.

Non è facendo marchette che otterremo l’amore SANO che cerchiamo, ma è accettando in ogni modo, emotivo, psichico, fisico (che poi è sempre un solo modo) che l’Altro è Altro, così quando ci ama o ci umilia.

L’Altro è una possibilità di conoscerci, di vedere parti di noi di cui non sapevamo nemmeno l’esistenza, di far pace con le nostre parti più profonde, di accettare di essere degni di amore, a prescindere dalla nostra storia affettiva e familiare, degni di essere amati e di esistere così per quello che siamo, senza giudizio e senza dover dimostrare nulla, senza dover compiacere un padre deluso dalla vita, una madre a sua volta insoddisfatta e poco amata.

L’Altro è Altro, ecco perché nel rapporti d’amore, qualsiasi essi siano, ci vuole la lentezza e la saggezza del contadino, unite alla capacità del folle di ascoltare i propri istinti, per sapere davvero PERCEPIRE chi è l’Altro, quanto è sano per noi, quanto è funzionale alle nostre parti vecchie e ferite o utile a quelle nuove che vogliamo irrigare e far crescere nonostante i richiami del passato.

Quindi nei rapporti, piantiamola di dirci di definirci buoni, cattivi o vittime. Non c’è bontà o cattiveria, non c’è strategia, c’è solo qualcosa che è funzionale a qualcos’altro, affinché un equilibrio anche malato, possa sopravvivere e restare tale. 

Ecco perché l’unico modo per conoscere davvero l’Altro è cercare per quanto difficile di ascoltare i tanti che sono in noi, senza troppe ipocrisie e falsità, cercando di dar voce a tutti e di far agire solo chi è utile ad un cambiamento. 

3 pensieri su “Eppure era così romantico all’inizio!”

  1. Si siamo tanti, ciascuno
    Di noi ha il
    Suo bel
    Condominio da gestire e
    Con gli anni gli inquilini, quelli più inquieti, se ne vanno, si comprende che, nonostante l’entusiasmo rimanga inalterato non si buttano più forze per mostrarsi al meglio subito e
    I vestiti sono scelti con un gusto personale lontanato dall’apparire a tutti i costi. Anno dopo anno le
    Assemblee di condominio sono sempre più leggere e positive😄😄🙋‍♀️

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