L'ego di noi psicologi

La psicoterapia non esiste

Critica al mondo di noi finti salvatori

Sono a casa in quarantena da tre settimane. Un tempo che raramente mi sono concesso, soprattutto senza averlo scelto per vacanza o pausa dal mondo. In queste settimane di Covid sono stato piuttosto male, tanto da non ricordare un malessere fisico così pervasivo e totalizzante nella mia vita.

Il male fisico ci obbliga all’isolamento emotivo, ci fa ritirare in noi stessi, richiede che le poche energie a nostra disposizione siano solo nostre, perché fisiologicamente dobbiamo stare a contatto con noi stessi per poterci ascoltare meglio, per sentire cosa ci sta succedendo da un punto di vista fisico, emotivo e forse anche spirituale.

I primi quindici giorni non ho avuto spazio mentale per nessuno, cercavo con la mente di attingere alle mie profondità e alle passioni che mi vivono, ma nulla, ero uno zombie che si muoveva nella stanza facendo cose. Dicevo parole più o meno di senso compiuto, compivo azioni, ma non c’ero, non ero minimamente presente a me stesso, non ero minimamente in connessione con nulla e nessuno, nonostante cognitivamente lo volessi fortemente. Nulla, uno stato di apatia totale mi aveva dominato e purtroppo ancora mi pervade in parte e ironicamente questa cosa mi fa un po’ sorridere; io sempre troppo vissuto da tutto, incapace di mettere reali distanze difensive, finalmente mi ritrovo nella possibilità di non avere pensieri ruminanti, emozioni che mi dominano, altalene emotive dalle quali non riesco a scendere se non per forza centrifuga.

Così, in questa sorta di torpore emotivo, mi ritrovo ad essere chiamato da tanti “nuovi pazienti” (detesto questa parola) che chiedono il mio aiuto, che mi raccontano un po’ le loro storie e che in qualche modo hanno una loro urgenza ovviamente, come tutti coloro che non stanno bene e che desiderano in tempo zero avere una bacchetta magica o un salvatore che li traghetti fuori dal proprio inferno.

Così, queste richieste d’aiuto, questi brandelli di relazione e di aperture emotive in 3 settimane di isolamento totale, mi scuotono, mi risvegliano con i racconti dei loro tentativi di terapie, di psicologi conosciuti e sui quali hanno investito denaro, speranze, aspettative, trovando spessissimo tanti consolatori tecnicismi, che danno sollievo perché definiscono un male, ma che non lo risolvono, perché la spiegazione fisica della caduta dalla bici non consola, l’abbraccio della mamma si.

Alcune di queste persone mi raccontano così le loro storie, il perché e come sono arrivate a me, i percorsi psicoterapici che hanno già fatto con colleghi, magari anche noti e molto costosi.

Tutti mi raccontano le stesse cose, le stesse che io potrei dire a mia volta delle terapie che io ho fatto su di me, e i racconti sono sempre gli stessi. Non mi sentivo capito, era bravo però…., mi ha spiegato che io sono border o depresso e che la mia condizione è questa, che è tutta colpa di mia madre… e così via.

Il resoconto di centinaia di terapie che ho ascoltato (e forse qualcuno avrà detto la stessa del mio lavoro ad un collega) è sempre lo stesso. Ho capito tutto, ma sto sempre male. Con il terapeuta precedente ho capito perché sto male, ma sto male comunque non so come uscirne.

Cazzo, ma di cosa stiamo parlando? Cos’è in fondo la terapia? O cosa dovrebbe essere? Non dovrebbe essere semplicemente un incontro umano profondo, onesto, congruente tra due individui e nulla di più? Un incontro tra due persone; una che ricerca di un (nuovo) equilibrio e che ne incontra un’altra che dovrebbe almeno sapere cos’è l’equilibrio o almeno sentire il proprio disequilibrio. Lo psicologo non è scevro da sofferenze e dolori, ovvio, ma sarebbe quantomeno auspicabile che chi ha la presunzione di proporre il proprio aiuto, perché ci vuole un’infinita silenziosa presunzione, sia sufficientemente umile e onesto con sé stesso da ricordarsi che cosa lo ha davvero spinto a diventare psicologo, medico, infermiere o ad occuparsi dell’aiutare il prossimo, ricordandosi che dietro la gentile arroganza di poter aiutare c’è un ego immenso, spesso nascosto da una forma di innamoramento per il dolore o da una mania di grandezza che ci fa ritenere al di sopra di ogni dinamica umana di sofferenza e disarmonia e che ci dà quella sottile presunzione di poter essere nella posizione di aiutare l’Altro.

Un mio professore universitario diceva che già studiare psicologia è un sintomo di malattia. Sono perfettamente d’accordo. Nella scelta di aiutare il prossimo, atto meritevole e che indubbiamente ha qualcosa di nobile e riparatorio, per sé e per l’Altro, c’è una presunzione di base: io ti posso salvare, io so più di te, io so cosa è giusto per te, io, senza nemmeno qualche ausilio medico-tecnico, con la mia sola presenza, posso “salvarti”.

Qual è l’enorme menzogna che si nasconde dietro la presunzione di aiutare il prossimo?

Che non è così, che non è MAI il sapere che cura, ma è la disponibilità umana a farlo. La disponibilità ad una relazione paritetica ed onesta, dove entrambi, con ruoli diversi ma con condizioni umane identiche, si incontrano depositando le loro armi, le proprie aggressività, il proprio ego, le proprie difese, i propri ricatti emotivi, le proprie piccole ricerche e bisogni di medaglie e onorificenze.

Purtroppo questa relazione, apparentemente così semplice, è spessissimo (vorrei scrivere sempre) inquinata dai bisogni difensivi del terapeuta, da questo individuo che, barricato dietro a fogli appesi al muro, a titoli, ad appartenenze a categorie ed albi, si difende dietro tecnicismi, dietro parolone che ci consolano e rassicurano, facendoci sentire forti di poter descrivere un evento doloroso, senza poter far nulla su di esso, ma illudendoci di avere un potere attraverso il sapere.

Il mio mondo di PSI e di coloro che aiutano (psicologi, psichiatri, counselor, coach, medici, preti, ecc…), non dovrebbe esistere. La nostra stessa esistenza è la testimonianza del disagio della società. Noi siamo come i fermenti lattici che devono riparare una dieta squilibrata. Se ascoltassimo la natura e seguissimo i suoi ritmi, staremmo tutti bene. La nostra presenza e la nostra presunzione di poter curare ha la stessa valenza. Siamo dei pezzi di scotch in un gommone che affonda, ma così presuntuosi da pensare che grazie a noi non affonderà.

La psicoterapia non esiste!

Frase forse provocatoria lo so, ma ci credo profondamente.

La psicoterapia non dovrebbe essere altro che un incontro umano onesto, libero, scevro da ricatti emotivi e bisogni di riconoscenza e riparazione (da parte del terapeuta).

Confondiamo l’essere psicologi con l’essere terapeutici. Cosa vuol dire? Che il saper definire un male, non vuol dire saperlo curare. E’ come se potessimo descrivere dal punto di vista biochimico la fame e la denutrizione di un individuo. Chi ha fame ha bisogno di semplice cibo, ha bisogno di mangiare!!! Una volta sazio, forse, si potrà cercare di riflettere insieme su cosa succeda al nostro corpo quando si ha fame.

L’incontro umano dovrebbe essere questo, una cosa terribilmente semplice, ma che purtroppo è quasi impossibile, perché sentirci potenti ci eccita, ci inebria, ci pone sopra l’altro, oppure perché le nostre paure ci fanno nascondere dietro mille ansie, frasi di circostanza e goffi tentativi di sembrare competenti. Sentirsi un supereroe è inebriante, ma senza criminali saremmo solo dei mentecatti con manie di grandezza alla ricerca di premi e di riconoscimenti di competizioni che non esistono.

Quando qualcuno ci chiede aiuto ci sentiamo forti, potenti, forse anche spaventati a volte, ma pronti a mascherare tutto con parole difficili, interpretazioni ubriacanti, vere magari, ma che servono a noi a farci sentire competenti , in un mondo in cui tutto si misura e in cui l’incompetenza, il non sapere dare una risposta assoluta, netta, ci fa sentire deficitari e screditabili.

Cerchiamo di dare risposte a domande che non capiamo e che non sentiamo, che ci mettono in crisi, quando la cosa più utile sarebbe dire semplicemente non lo so, ma se vuoi possiamo cercare di capirlo insieme, perché l’unica persona che sa perché sta male, sei tu stesso, solo che come dei bambini piccoli, quando stiamo male ci affidiamo all’altro con tutto noi stessi, con la speranza magica, sposata da un finto supereroe, che la cura ci sia, che ce l’abbia l’altro, che l’altro ne sappia più di noi perché ha studiato qualcosa che non è studiabile, ma che si può solo vivere e attraversare.

Però purtroppo, spesso succede una cosa all’essere umano, piccolo essere arrogante e presuntuoso, che più sa e meno è. La conoscenza della teoria ci fa illudere di essere immuni alle forze della natura. L’oncologo pensa che a lui il fumo non faccia male, lo psicologo può stressarsi quanto vuole, tanto lui sa cos’è lo stress, il cardiologo può non curarsi, perché tanto a lui non succede nulla.

Più sappiamo e meno siamo! Succede anche da genitori; chiediamo ai nostri figli cose che noi non facciamo e non siamo in grado di fare, mandando continuamente messaggi ipocriti e contradditori, che scindono la personalità dei nostri figli, che sanno cognitivamente cosa dovrebbe essere giusto perché lo dice “il PAPA'” (il prete, il medico, l’allenatore, l’insegnante, ecc. ) ma vivono un’esperienza totalmente contradditoria emotivamente.

Unico vero scopo della terapia è la libertà, è proporre un’indipendenza emotiva dall’altro, una propria dignità e individualità, una propria congruenza e onestà emotiva. E cosa facciamo noi psicologi? Diamo del lei e lo pretendiamo in modo verticale (come faremmo a mantenere la nostra presunta superiorità in inglese che il lei non c’è?), perché il tu ci svaluta, dobbiamo essere chiamati “dottore” e se non lo vogliamo spesso lo facciamo per sedurre il paziente, per conquistarlo con la nostra simpatia e finta vicinanza.

Ci mascheriamo dietro i nostri termini tecnici, figli di un enorme complesso di inferiorità che abbiamo verso il mondo medico e tecnico, che può definire cose che per noi non sono definibili, perché l’angoscia non è definibile, un tumore al pancreas si. Perché il nostro mestiere non ha nulla di scientifico, ma è definito “scienza umanistica”, paradosso anche in queste definizione, perché la relazione umana non può essere scientifica. La parola in terapia diventa surrogato del tentativo di descrivere qualcosa. Lo sappiamo benissimo quando litighiamo con il nostro partner, buttando ore e occupando intere aree cerebrali nel tentativo di spiegare cose per noi semplicissime ma che all’altro sono sconosciute, seppur il linguaggio formale sia identico.

Ho uno zio ucraino che vive in Inghilterra, è scappato dall’Ucraina a 14 anni nel 1938, trascorrendo 3 anni sotto le fogne tra l’Ucraina e l’Austria per non essere catturato dai russi da un lato e dai tedeschi dall’altro . Ha fatto i lavori più umili con la dignità di un re per tutta la vita, ha costruito la famiglia più sana che io conosca grazie alla relazione con una donna meravigliosa, mia zia, contadina salernitana semi analfabeta emigrata nel 50 in Inghilterra. Bene, queste due persone così umili e sicuramente “ignoranti” dal punto di vista accademico, prive di sovrastrutture egoiche (io sono, io ho fatto, tu cosa hai fatto nella tua vita…) sono state le persone più terapeutiche che io abbia mai conosciuto. Perché? Perché sapevano fare domande al posto di dare risposte, perchè sapevano accettare il silenzio, perché sapevano chiedere scusa, perché sapevano prendersi cura dell’altro, accettando che l’altro è ALTRO, che il loro percorso era il loro e l’ALTRO ne ha uno tutto suo, perché sapevano ridere e commuoversi liberamente senza vergognarsi di non essere abbastanza forti o di sembrare stupidi, perché sapevano ballare, raccontare barzellette, parlare di lutti, di dolori, perché sapevano distinguere la persona dai titoli che aveva, e se uno era un coglione lo era a prescindere dalle sue lauree e macchine di lusso.

Loro lo sapevano e lo vivevano, ascoltavano il sapere ma distinguevano la spocchia e l’Ego, senza sapere nemmeno cosa fosse l’Ego; mentre io mi accorgo che una laura con lode mi intimorisce, che il titolo di un medico mi fa sentire piccolo, che se indosso un orologio costoso mi sento un po’ più forte e grande, e lo stesso vale se il mio cercare di essere umile è in contrapposizione a una paura di ostentare. Alla fine sono sempre dentro il conflitto: troppo magro, troppo grasso, colto, quanto colto, rispetto a cosa, primo nella gara, secondo però di poco, più bravo di…, meno bravo di….

La terapia, quella vera, non dovrebbe essere altro che un incontro umanamente gratuito, libero, privo di bisogno di riconoscimenti, di dipendenze del paziente, di reverenze, di sottili sorridenti inconsapevoli sottomissioni, che tanto fanno sentire potente il terapeuta e tanto “protetto ma sottomesso” il paziente.

Ecco, penso che la psicoterapia non esista. Penso che esistano incontri terapeutici, persone che diventano terapeutiche grazie all’ammissione (reale, emotiva, non millantata, razionale, formale) della propria vulnerabilità, un’ammissione di fragilità che però non cerca compassione, non vuole sedurre, che è semplicemente coerente e onesta a sé stessa, che aiuta grazie all’ammissione di non poter fare nulla, se non nel non poter fare nulla insieme.

 

 

 

 

 

4 pensieri su “La psicoterapia non esiste”

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  2. Sono d’accordo sul fatto che la professione di psi si fondi su una grande presunzione. E aggiungo che osservo frequentemente la tendenza a considerare “patologiche” esperienze e dinamiche che sono , a mio parere, solo umane. Difficile esprimerlo in un commento, ma spesso mi sembra che la psichiatria sia molto meno vasta del bisogno di tanti colleghi di “curare” e quindi, in fondo “autocurarsi “.

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