L’ascolto che cura. Il giudizio che uccide.

Ascoltare, sentire, dare soluzioni o giudicare? Ascoltare è difficile, forse impossibile. Ci obbliga a metterci da parte, a mettere i nostri bisogni in un’area di impotenza e di inefficienza, perché ascoltare vuol dire assentarsi dalle proprie convinzioni, dalle proprie idee politiche, preconcetti, sicurezze.

Quando entriamo in relazione veniamo immediatamente travolti dal bisogno di compiacere, di dominare silenziosamente, di farci vedere performanti, capaci, competenti. Senza nessuna capacità di guardare la nostra vita diamo soluzioni agli altri, magari simulando gentile empatia. Diventiamo maestri di vita, dispensatori di soluzioni. “Io farei così..se fossi in te farei così… ascolta me…”. Ogni vita trasuda ipocrisie, fatiche, conflitti, cecità, zone d’ombra. Ma chissà perché il silenzio diventa il peggior nemico di chiunque quando qualcuno si confida con noi le sue fatiche. Il semplice silenzio, ma non la mancanza di parole che escono dalla bocca, il silenzio dell’anima, che permette all’altro di entrare in noi, di farci vivere tutta la nostra impotenza, magari di farci rivivere ciò che avevamo dimenticato di noi, ci scuote, ci lascia in quell’imbarazzo che proviamo sull’ascensore, quando infastiditi dall’eccessiva vicinanza del nostro vicino, guardiamo l’orologio, leggiamo l’etichetta, fingiamo di guardare il cellulare. L’ascolto, quello vero, quello di pancia e non con le orecchie, ci fa muovere la pancia, le viscere, ci obbliga a fare i conti con quello che siamo, con quello che ci illudiamo di essere o con quello che fingiamo di essere.

Tutti noi vogliamo essere “potenti”, utili, e nessuno più di chi ha fatto dell’aiuto la sua professione. Un medico, noi psicologi, un prete…L’ascolto, quello vero, quello libero dal giudizio dell’anima, quello che non da soluzioni, sentenze o pratiche, salva l’anima di chi chiede aiuto e ancor di più di colui che ascolta, se riesce ad ascoltare con le viscere, perché ascoltare nel silenzio, vuol dire accettare che il proprio EGO non possa nulla. Paradossalmente però se Ascoltiamo davvero, avviene il miracolo. L’assenza di soluzioni, l’ascolto puro, il rispetto profondo dell’Altro, diventa l’unica vera soluzione, quella che permette a chi chiede aiuto di sentirsi compresi, di essere perfetti così come si è, nelle proprie fragilità e con le proprie caratteristiche, dando spazio così a nuove visioni, nuove luci in un momento buio. Ascoltare vuol dire saper domandare e voler ascoltare la risposta. Come stai? Ma come stai davvero?! E chi ha la forza e la voglia di ascoltare la Vera risposta, quella delle viscere, quella che ti obbliga a farti domande sulle tue domande che non ti fai, o le cui risposte ti fanno talmente schifo che è meglio parlare di cazzate rompendo silenzi con parole inutili che nulla lasciano se non quel fastidio dato dal tempo sprecato bruciando energie.

Carl Rogers, padre del counseling (o terapia centrata sul cliente), ha posto come elemento fondante della sua terapia l’accettazione incondizionata, un ascolto attivo, emotivo, partecipe, innamorato del cliente, che non è un paziente, perché non esiste differenza tra chi aiuta e chi chiede aiuto, se non nell’azione di aver chiesto aiuto; ma per “agire” un ascolto incondizionato bisogna essere capaci di mettersi da parte, di sapere di non poter fare nulla, se non nella disponibilità di farsi “attraversare” dal vissuto dell’altro. Questo farsi attraversare concedendosi emotivamente cura. Non è la persona che cura, ma il processo e la disponibilità emotiva offerte.

Così, giusto come esercizio di consapevolezza, prima di chiedere come stai, assicurati di volerlo sapere davvero, di avere spazio emotivo per sentirti dire “male, parliamone a cuore aperto”, senza sorrisi di circostanza e ricordiamoci una cosa semplice, gratuita…che possiamo stare in silenzio ed ammettere di non poter fare nulla, facendo così moltissimo.

Rispondi