La misura della sostenibilità.

La misura della sostenibilità

Non ce la faccio più, non lo reggo più, non riesco a sostenerlo, sono esausto! Quante volte abbiamo detto e sentito frasi come queste? Quante volte ci siamo sentiti come se stessimo per crollare, che ciò che stavamo vivendo non era più sostenibile, che le nostre energie si stavano esaurendo inesorabilmente e che ci sentivamo costretti ad una scelta che non avevamo il coraggio di fare?

Ho avuto una persona in cura per molti anni che era ossessionato da un rapporto affettivo andato male. Ogni giorno per anni mi diceva in studio e in mille messaggi: “sto per impazzire!!!”, “ancora poco e crollo”! Per anni la stessa cosa, la stessa convinzione di essere su un precipizio che però non arrivava mai davvero, come se stesse aspettando un evento che l’avrebbe fatto morire, ma questo evento non arriva mai. Certo era esausto, disperato e non trovava un modo per uscire dalle proprie prigioni, ma il precipizio per lui era sempre li, era sempre insostenibile il suo dolore, non più sostenibile emotivamente, ma l’unica cosa che davvero poteva essergli utile non riusciva ad accettare di farla. Accettare.

Torniamo un secondo al titolo: la misura della sostenibilità. Cos’è la sostenibilità? È la capacità di un sistema di mantenere un proprio equilibrio senza collassare su sé stesso.

Cos’era insostenibile per lui? Il dolore di non avere ancora la persona amata, verissimo…un dolore lancinante che ognuno di noi ha provato pensando che nulla di bello sarebbe mai più avvenuto. Ma era davvero quello che era insostenibile? Davvero era “solo” il dolore di non poter avere più la sua amata? O forse ciò che davvero era insostenibile era il tenere immutato qualcosa che doveva cambiare per trovare un nuovo equilibrio ? Un detto dice che per fare un passo in avanti bisogna perdere un attimo l’equilibrio, fare un salto nel vuoto cercando di vedere se la terra ci sarà ancora al passo successivo e poi ancora…e ancora.

La nostra presunzione ci fa pensare, affermare e combattere per mantenere immutate mille situazioni disfunzionali, chiusi in un’arroganza tutta e solo umana che le cose cambieranno, che saremo in grado di sostenere il peso delle conseguenze, che sapremo cavarcela e trovare un rimedio sul finale, che qualcosa o qualcuno aggiusterà tutto al posto nostro.

Ma questo è il pensiero magico di un bambino piccolo, un fanciullo che è in ognuno di noi e che ci porta a delegare ogni scelta che ci comporti un cambiamento per noi percepito come sacrificio, ma che magari è solo un cambiamento, a condizione che si abbia il coraggio di affrontare il dolore del vuoto, dell’ignoto e il tempo necessario per trovare un nuovo equilibrio.

E’ sostenibile per noi mangiare male quotidianamente? Apparentemente si! Deleghiamo alla natura, al nostro corpo di sistemare tutto lui, di pensarci lui a riparare ai nostri vizi. Deleghiamo ai nostri polmoni la capacità di respirare bene e di ripulire il catrame che ci spalmiamo sopra con le nostre sigarette. Chiediamo al nostro fegato di sintetizzare sostanze tossiche per il nostro corpo. Conviviamo in relazioni disfunzionali e dolorose delegando al destino e ai nostri figli di far fronte ai nostri errori e alla nostra capacità di cambiare e porre rimedio ai nostri conflitti interiori.

E’ davvero sostenibile il modo in cui viviamo? Quale animale ha bisogno di lasciare centinaia o migliaia di metri cubi di materiale indistruttibile dopo la sua morte? Di avere 30 “pelli” per coprirsi, 20 paia di zoccoli per camminare? Credo fermamente che ciò che ci rende meravigliosi, unici e geniali, sia anche madre dei mille tumori che ci creiamo e in cui viviamo. La stessa capacità di creare musiche meravigliose, di unire sapori e colori di cinque continenti diversi, abbia come madre generatrice l’impossibilità di accettare il limite, nel creare musica, nel dipingere, così come nel cercare di correre sempre più forte, di vincere più medaglie o di avere case e auto sempre più grandi, incuranti della loro reale sostenibilità.

Prima di fare lo psicologo facevo il cuoco e in un periodo di difficoltà personale ero un po’ scappato da tutto andando in Inghilterra dove vivevano le mie zie, trasferitesi subito dopo la seconda guerra mondiale alla ricerca di un po’ di lavoro e di dignità, abbandonando la loro famiglia, la loro lingua e le mille tradizioni di un paesino rurale in provincia di Salerno.

Ero in una zona industriale ma a ridosso di colline meravigliose, di un verde che toglie il fiato e che sembravano essere disegnate da una mano divina. Nei momenti di pausa andavo li a correre e ogni giorno incontravo centinaia di agnelli e pecore. Un giorno poi, esausto da tre giorni di lavoro durissimi per le vacanze di Pasqua, tornai li a correre e con sorpresa notai che le centinaia di agnelli che c’erano giorni prima erano spariti. Mi fermai cercando di capire, e con lo stupore di un bambino ingenuo mi resi conto che nei giorni precedenti avevo cucinato quintali e quintali di carne di agnello. Ovvio, si, assolutamente e forse anche ironico per un contadino o un allevatore. Ma davvero è sostenibile il nostro modo di vivere? E per chi lo è? Per la nostra specie? Per le altre? Per la terra?

Quest’anno alcuni scienziati sono tornati a Chernobyl a studiare l’effetto delle radiazioni dell’esplosione del reattore che ci tenne chiusi in casa per settimane e che ci fece tremare di paura per mesi interi. Gli studiosi hanno osservato una cosa molto semplice: la natura è andata avanti, ha trovato i suoi rimedi per adattarsi, bonificare e attrezzare gli animali e la vegetazione del territorio con un patrimonio genetico più forte capace non solo di sopravvivere, ma di rafforzarsi e di crescere prolificare.

Ma per noi sarebbe la stessa cosa? La vita va avanti, la natura va avanti, il sistema va avanti e le nostre mille certezze, quello che noi riteniamo indispensabile per noi e per i nostri cari, svaniscono, vengono mangiate dal tempo, perché la natura, vita, chiamiamola come vogliamo, tende sempre ad una cosa, la più semplice, la sopravvivenza, la propria esistenza e l’equilibrio. Il massimo che possiamo fare noi è rovinarci un po’ la vita cercando di inseguire l’illusione di migliorarcela con le nostre ostinazioni. La natura al nostro fianco ci insegna una cosa molto semplice, cambiare, cambiare in continuazione, adattarsi, trovare rimedi diversi vivendo nel qui e ora, sempre, condizione difficilissima per noi, ruminatori di passato e controllori spaventati del futuro.

La nostra epoca, più di qualunque altra, ha perso il senso della misura, di ciò che è sostenibili, della propria responsabilità e io per primo, ipocrita critico del sistema ma troppo pigro per prendere una bici ogni tanto o pesare la verdura ed evitare la vaschetta di polistirolo.

Nei momenti di crisi ho imparato a fare una cosa (o cerco di farla ogni volta che l’ego non mi sovrasta), la più semplice per madre natura, la più difficile per noi piccoli esseri presuntuosi e arroganti, ho capito che basta cedere…una montagna trova un nuovo equilibrio con una frana, io cerco di fare il morto sulla superficie della vita, cercando di non opporre troppa resistenza, cercando di fidarmi e di farmi sostenere. Se ci si fida dell’acqua lei ti sostiene, se hai paura non incameri aria, i bronchi si chiudono e i muscoli si contraggono…facendoti affondare.

Vabbè, partiamo da noi, da ciò che ci possiamo permettere di cambiare, senza eroismi o azioni troppo egoiche, piccole cose che ci ricordino la nostra piccolezza e il privilegio e condanna che abbiamo ad essere gli unici esseri viventi capaci di suonare uno strumento ed esplorare un altro pianeta, ma sempre terrorizzati dalla verità.

2 pensieri su “La misura della sostenibilità.”

  1. Oh finalmente, ogni tanto Lei scrive.
    Sono d’accordo a
    Ovviamente. La Terra è un organismo: noi il suo virus. Ha trovato il suo vaccino!
    Per noi sciocchi, boriosi, arroganti, umani é una grande possibilità di “maturazione”.💡
    Buona giornata.

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