Senza indignazione non c’è cambiamento

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Il peggiore degli atteggiamenti è l’indifferenza, dire “io non posso niente, me ne infischio”. Comportandovi così, perdete una delle componenti essenziali che fa essere uomini. Una delle componenti indispensabili: la facoltà di indignazione e l’impegno che ne è la diretta conseguenza.

Stephen Hessel

Indignarsi o arrendersi? Il mondo sta cambiando, il mondo cambia, sempre, non è mai stato coerente a sè stesso se non nella sua continua evoluzione. Ogni epoca è segnata da caratteristiche peculiari che rendono ogni periodo storico diverso e con caratteristiche proprie, ma forse, se proviamo ad essere più razionali e scientifici, vediamo che gli ultimi cento anni, o forse solo cinquanta, le caratteristiche esterne, le variabili non controllabili direttamente da noi ma che ci modificano internamente, sono diventate sempre di più, sempre più potenti, molte e forse troppe per farci sentire padroni di ciò che viviamo e veri padroni di chi vogliamo essere.

Abbiamo tutto; mentre scrivo questo pensiero lo faccio da un computer che mi connette in tempo reale con un amico dall’altra parte del mondo, in una casa che si riscalda in 5 minuti alla temperatura che voglio io e spiluccando un piatto vietnamita conservato in frigorifero. Quindi , qual’è il problema che rende noi cittadini ed essere umani sempre più frustrati, passivi e impotenti rispetto ad un senso di insoddisfazione e frustrazione che viviamo sempre maggiore? E’ poi mi chiedo, è un sentimento tutto italiano che do per assoluto perchè vivo qui o è un sentimento comune nel resto del mondo o almeno in quel mondo “evoluto” che ha paradigmi simili ai nostri?

Nei primi anni settanta, Martin Seligman, uno psicologo americano, ha iniziato a fare dei di test per capire cosa inibisce la reazione al cambiamento e la ricerca di interruzione del dolore nell’uomo.

Come ogni buona ricerca in campo psicologico ce la siamo presa dapprima con cani e topi e poi con nostri simili. Il test era “semplice”; somministrava dolore ad animali togliendogli la possibilità di fuga per vedere come si sarebbero adattati al dolore. Gli animali erano posti in una gabbia metallica a cui in modo randomico gli veniva data una leggera scossa. L’animale dapprima poteva scappare attraverso una porta e si sottraeva al dolore. Successivamente la porta della gabbia veniva chiusa e l’animale vedendo che non poteva più fuggire, dopo una forte rabbia e tentativi estremi di ribellarsi , si sedeva e accettava passivamente il dolore e la condizione di “sottomissione” a variabili che non erano in suo controllo, sviluppando uno stato di depressione, apatia e accettazione della sua condizione. Un test simile è stato fatto con gli esseri umani dove però venivano sottoposti a fortissimi rumori che non potevano interrompere.

L’uomo, come il cane e i topi da laboratorio, si rassegnava e perdeva la capacità di ribellarsi, in quanto ogni forma di reazione non portava a nessun cambiamento. Questo stato emotivo è stato definito “impotenza appresa”, fondamento psicologico per la creazione del “pensiero positivo” e di tutta la psicologia motivazionale degli ultimi quarant’anni.

Una cosa simile credo stia avvenendo silenziosamente anche nella nostra società, sicuramente in quella italiana o quanto meno in quella che io posso vedere e percepire; una realtà di provincia, seppur colta e ricca, ma sicuramente chiusa e forse ancora migliore per osservare questo fenomeno di rassegnazione e chiusura.

Tra le variabili che osservo metto anche il luogo da cui scrivo, in quanto mi succede periodicamente che quando esco dalla mia città e vado semplicemente a Milano o in città più grandi della mia e ancor meglio all’estero, mi accorgo di quanto i miei “assoluti”, le mie certezze, siano totalmente relative, parziali e condizionate dal contesto, facendomi sentire tutta la mia pochezza e presunzione. Dico sempre ai miei amici e colleghi che quando vado via, anche per pochissimo, la mia mente produce immagini nuove, energie nuove, progetti nuovi, che però svaniscono immediatamente quando torno alla mia normalità, che per quanto io possa amarla, è ripetitiva e priva di quella creatività necessaria a cui accedo se vivo altrove; quindi la cosa che devo sempre fare, è ricordarmi, che al di fuori della mia percezione, del mio campo d’azione, c’è un mondo diverso, in cui le mie convinzioni spariscono e si fanno piccole e fragili. Sarà un caso, ma la maggior parte dei miei pazienti sono studenti fuori sede, che iniziano a percepire un malessere che è sempre esistito ma che prima, nei loro contesti, nelle loro famiglie e tra i loro amici, era dormiente e che finalmente può uscire grazie al cambiamento delle condizioni, della città diversa, della libertà dai dogmi familiari e del proprio tessuto sociale.

Esattamente come me e i miei pazienti che quando usciamo dalle nostre città produciamo pensieri e frustrazioni nuove rispetto alle nostre abitudini e quotidianità, così credo che stia succedendo alla società, unita da un funzionamento emotivo che ci coinvolge tutti e ci rende tutti uguali, sottoposti a ritmi e dinamiche sociali identiche e da un potere di “autoefficacia” (potere di cambiare le cose) simile.

Gli organismi attorno a noi sono più grossi di noi, i sistemi politici, le tecnologie di cui siamo dipendenti, hanno tempi di cambiamento troppo diversi dalla nostra capacità di attendere e dalla nostra capacità di modificazione cellulare e biologica. Con la tecnologia possiamo cambiare tutto in un secondo, contro un sistema sociale che ha bisogno di tempi enormi per cambiare e maturare una consapevolezza collettiva necessaria al cambiamento.

Ecco perchè a mio avviso abbiamo tutti sviluppato una tendenza a sederci, a rassegnarci, a vivere passivamente ciò che non possiamo cambiare. Perchè davanti alla frustrazione, tendiamo tutti alla cosa che ci da un sollievo (anche illusorio) nel più breve tempo possibile. Sto male, cerco il farmaco più potente e veloce per non soffrire, litigo, mi sfogo immediatamente sui social o cerco conforto immediato con qualcuno (reale o virtuale che sia).

La possibilità di vivere la nostra compulsività, tendenza al benessere immediato, ci sta indebolendo e togliendo la capacità di costruire un cambiamento più vero, profondo, radicale e reale; REALE.

Come i topi si addormentavano sulla gabbia elettrificata, come uno schizoide (disturbo di personalità con tratti simili all’autismo) si isola e fugge dalle relazioni, così noi fuggiamo da ogni tipo di realtà e sofferenza, la morte prima di tutto, ostentando sprazzi di vita irreali sui social e momenti di millantata consapevolezza con frasi d’effetto e citazioni copiate in un secondo, perdendo la capacità di indignarsi, condizione fondamentale al cambiamento.

Tutta questa possibilità di fuga, credo che ci intrappoli in un’enorme stanzialità, proprio per l’illusione di cambiamento che abbiamo attorno a noi e se non c’è la percezione di ingiustizia, di disagio, non ci può essere dissenso , ribellione e una vera presa di posizione.

Dante puniva gli ignavi nel suo Inferno condannandoli a essere torturati da punture di vespe e insetti vari. ” Questo misero modo tengon l’anime triste di coloro che visser senza infamia e senza lodo. Mischiate sono a quel cattivo coro delgi angeli che non furon ribelli né fur fedeli a Dio, ma per sé foro. “

E così come dante, Primo Levi in “se questo è un uomo” è sopravvissuto psichicamente ricordandosi che fuori dal campo di sterminio c’era una vita, cercando di aggrapparsi alla certezza che molto altro c’era la fuori e che ci sarebbe stato quando e se tutto fosse finito evitando di fare come i topi che si addormentavano sulla griglia elettrificata.

Allo stesso modo Hannah Arendt nel “la banalità del male” ha sottolineato come i nazisti, semplici impiegati e professionisti prima della guerra, si fossero lavati la coscienza ai processi in cui erano imputati, affermando di aver semplicemente obbedito ad ordini superiori, evitando così ogni conflitto morale con sè stessi.

Sono sempre più convinto che la psicologia per essere utile debba essere pratica quanto la meccanica, la fisica, cioè pensata ma poi realizzata e accompagnata da cose concrete, atteggiamenti diversi, reali, tangibili e congruenti con ciò che il terapeuta afferma.

Se non fai cose diverse, se non cambi tu per primo, in cose piccole ma reali, SEI COMPLICE Molto semplice. La mente ha sempre bisogno di una scusa, un alibi o un capro espiatorio per potersi lamentare, per poter giustificare la propia inerzia e pigrizia, riducendoci così però ad uno stato di passività, di devitalizzazione, che proprio come un dente che resta in bocca, fa la sua funzione, ma è vuoto e non ha più una sua vita interna.

Proprio su questo versante vediamo invece un movimento sociale che già dagli anni 70 ha cercato di costituirsi e anche questa rivista ne è un segno tangibile. C’è un mondo di persone, una porzione di società sempre più ampia che fa scelte sostenibili, di cambiamento silenzioso, con azioni poco rumorose e priva di clamore, come andare in bicicletta al lavoro, usare energie sostenibili, mangiare diversamente, sviluppare una propria spiritualità uscendo da dogmi millenari, evitare la grande distribuzione quando possibile, meditare, educare alla consapevolezza e non con un’educazione autoritaria e verticale come si è sempre fatto, eliminando i voti a scuola (vedi i paesi scandinavi) nel riconoscimento delle differenze e potenzialità individuali.

Attorno a noi c’è il cambiamento, lento, silenzioso e che non chiede applausi, basta andare al supermercato e vedere quanti tipi di farine, biscotti , prodotti bio diversi e più salutari troviamo oggi rispetto a cinque anni fa. Un tentativo di cambiamento è in atto, come sempre. L’umanità è parte della natura, e la natura non è mai statica, ha regole sempre identiche che si ripetono in modo ciclico. Le nostre paure sono statiche, e ci rendono statici, rigidi , presuntuosi e saccenti. Basta farsi un giro in una città nuova, o andare in un paese che ha una lingua diversa dalla nostra o parlare e ASCOLTARE una persona nuova.

La scoperta è li fuori, gratis, ha solo bisogno di essere vista, e senza desiderio di esplorazione, d’incontro con l’ignoto, non ci può essere cambiamento.

3 pensieri su “Senza indignazione non c’è cambiamento”

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