Società che cambia, resistenze che aumentano

Copio qui una mia riflessione uscita su una rivista totalmente autofinanziata e indipendente con cui collaboro e a cui tengo molto  per lo spirito che sprigiona la sua fondatrice, Nicoletta Cova, per i suoi collaboratori e per la voglia di sognare e di fare cose concrete per spingere le persone ad una consapevolezza maggiore del mondo e di sè.

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Quando mi hanno chiesto di scrivere una riflessione sui “nuovi paradigmi della società” per questa rivista ho fatto un sussulto di piacere pensando che fosse la spinta giusta a scrivere e superare la mia solita pigrizia, nel tentativo di sintetizzare qualcosa che vedo quotidianamente in studio con le persone che seguo e di come il mio lavoro e le richieste d’aiuto siano cambiate terribilmente in soli 15 anni di professione.

Letto il titolo di questo numero, “I nuovi paradigmi” ho pensato: ma quelli vecchi quali sono? Con quali dogmi sociali si è formata la mia famiglia e quindi io?Facendo un elenco tra me e me mi sono venuti in mente di getto la famiglia, Dio,il “pezzo di carta”, il lavoro, il sacrificio, la crescita economica, la paura di quello che può pensare la gente, la stabilità economica, l’eredità ai figli. Pensati questi valori mi sono chiesto: “cosa rimane di tutto questo?Cosa sopravvive oggi in me e nei ragazzi che vedo?”.

Di pancia mi viene da dire poco e niente, che tutti questi dogmi si stiano sgretolando lentamente e se provo a immaginare il mondo da qui a vent’anni credo che rimmarrà molto poco di tutto ciò che ha caratterizzato la genereazione dei miei genitori e di intere generazioni passate.

Credo che la difficoltà della nuova generazione, e metto anche me che ho 43 anni, è che per la prima volta nella storia dell’uomo abbiamo tutti la possibilità di scegliere, di pensare a cosa vogliamo davvero fare, a quali sono i nostri talenti, le nostre propensioni, a come vogliamo vivere. Queste semplici domande non erano possibili fino a quarant’anni fa. E sono domande che paralizzano, perchè le risposte cambiano con la nostra evoluzione e crescita.

Le scelte anni fa erano ridotte all’eredità del lavoro dei nostri genitori, a quello che si pensava potesse essere utile a portare a casa uno stipendio sicuro, a mantenere la nostra famiglia, a rendere orgogliosi i propri genitori, a dare dignità e indipendenza all’individuo, a scegliere una brava persona con cui poter fare una famiglia che i nostri genitori avrebbe approvato.

Ma potevano davvero scegliere i miei genitori? La scelta che avevano loro era paragonabile a quella che ho potuto fare io o ancora più difficile, che si apprestano a fare i miei figli?

Per primi possiamo chiederci cosa vogliamo davvero, con un ventaglio di scelte che ci paralizza come una lista delle pizze in pizzeria. Troppa scelta! E per confusione ci mettiamo venti minuti per cadere poi su bufala e pomodoro fresco! Il dovere è crollato o sta crollando con una società sempre più liquida come dice Bauman, dove l’individuo deve adattarsi a continue evoluzioni ed equilibri diversi.

Thoreau nel lontano 1854 nel suo capolavoro “Walden, Vita nei boschi”, parlava con dispiacere di quei figli di proprietari terrieri che ereditano averi e possedimenti dai propri genitori. Questi, sono destinati a rinunciare al mondo per dover restare la dove il proprio padre ha edificato, godendo di una ricchezza non scelta e che li costringerà ad una visione del mondo parziale e circoscritta.

Quindi, ora che possiamo scegliere, siamo davvero più fortunati? Siamo davvero in grado di godere di questo immenso privilegio o siamo in qualche modo paralizzati in pseudo scelte parziali che ci fanno galleggiare ma che non ci fanno costruire un futuro più chiaro e delineato simile a quello dei nostri genitori?

I vecchi paradigmi sono crollati. Se prima erano tenuti insieme dal dovere, dal sacrificio, il tenere duro, il vincolo indissolubile della famiglia, la paura di Dio, del giudizio della famiglia, da un rapporto verticale con l’autorità che ci faceva vedere come in dovere verso il nostro datore di lavoro con un patto di gratitudine e pseudo colpa se cambiavi lavoro, ora che la chiesa ha perso di presa sull’educazione degli individui, che la società propone lavori sempre più precari e flessibile, che ci si può separe e divorziare in pochissimo tempo anche andando da soli in comune, che abbiamo l’ILLUSIONE di poter fare ciò che desideriamo, quando desideriamo, siamo davvero più liberi? Sappiamo godere di questa grande libertà guadagnata con rivoluzioni, rinunce, lotte di classe ed evoluzione tecnologica?

Credo che per la prima volta le nostre azioni siano più legate alla nostra responsabilità e molto meno in generale dal bisogno materiale di “portare a casa la pagnotta” e fare la cosa giusta. L’uomo ha una scala di bisogni (vedi la piramide di Maslow), ma soddisfatti i bisogni materiali possiamo cercare la soddisfazione di bisogni più astratti, come la soddisfazione di sé, il bisogno di aggregazione e accettazione, la ricerca di senso della vita. Credo che sia per questo che siamo così spaesati e apparentemente in fuga. Perchè per la prima volta tutti abbiamo case calde in cui vivere, cibo in abbondanza, vestiti alla moda e macchine con cui spostarci.

Ogni crisi genera nuovi equilibri, sempre! Non per forza migliori o peggiori, semplicemente diversi. Quello che farà la differenza sarà l’unità di misura che userò per valutare il cambiamento. Se userò vecchi parametri per nuovi valori, potrò solo rimpiangere il passato. Se misurerò le case di proprietà pro capite, i giovani d’oggi saranno tutti falliti. Se userò il lavoro fisso, saremo tutti precari e senza un futuro. Se userò la flessibilità, l’apertura mentale, la libertà interiore. La capacità di vedere il mondo come una possibilità, noi saremo dei “vincenti”.

Ogni epoca ha la sua malattia, ogni società sviluppa i suoi disagi e i suoi sintomi.

I “disturbi psicologici” di venti anni fa non sono quelli di oggi, i manuali per tecnici sono cambiati, le terminologie sono state modificate diventando sempre più tecniche, parziali e quasi chirurgiche. Però, se guardo un po’ più indietro e rileggo vecchi manuali, mi accorgo che la stessa cosa è avvenuta in passato e prima ancora e prima ancora.

La filosofia è cambiata nei millenni fino a diventare psicologia e ora le due si sono unite, fino ad una purtroppo solo recente integrazione “corporea”, che per fortuna contempla anche la struttura anatomica dell’uomo e i suoi bisogni fondamentali, toglendo al “cogito” il suo dominio e riconoscendone i suoi limiti.

Quindi? Quindi i cambiamenti ci sono sempre stati, sono inevitabili, così come le resistenze al cambiamento, e per questo motivo quello che sto scrivendo è figlio di un pensiero che in qualche modo già non è più mio e si sta evolvendo, perchè la consapevolezza delle prime righe non è quella che ho in questo istante mentre scrivo queste ultime parole.

Cosa è cambiato nella società vista con la lente di uno psicologo attarverso la sua esperienza clinica in privato e in comunità terapeutica? Direi che se dovessi sintetizzare in pochissime parole il cambiamento e il disagio che sta sviluppando sono il senso di smarrimento, la velocità come difesa e il delirio di onnipotenza negli individui, in una spinta sempre maggiore verso una sorta di dimostrazione di forza e capacità che poi fa implodere le persone e i loro fisici.

Se è vero come dice Galimberti che se tolgo la parola Dio non posso capire il medioevo (e il mondo fino a poche decine d’anni fa a mio avviso), se tolgo la parola “tecnica” ed “efficienza/immagine”, oggi non possiamo capire la nostra società, anche se credo fermamente che ci sia un moto di ribellione e di cedimento sottorraneo evidente da un mondo “bio”, “etico” e “naturale” sempre più grande, forse anche da questa rivista che ha fatto del “sostenibile” la sua missione (diciamolo in italiano, abbiamo una lingua meravigliosa).

Le richieste di aiuto da qualche anno sono soprattutto legate al panico, all’ansia, a malattie legate allo stress e all’iperattività(psoriasi, alopecia, impotenza sessuale, reflusso gastrico, problemi intestinali, del sonno, mal di schiena, cervicalgie, ecc.); però, se è vero che le persone chiedono aiuto per questi motivi, le stesse chiedono consciamente e inconsciamente un aiuto a trovare un nuovo equilibrio interiore, quasi a chiedere un supporto “spirituale”, un aiuto a cambiare vita e scegliere una modalità più sostenibile, più umana, per poter recuperare relazioni vere e non virtuali, per ritrovarsi e fare i conti con sè stessi in un’accezione più onesta, profonda e concreta.

Come si fa dopo un’indigestione di porcherie, le persone passano ad una dieta detox, fino alla prossima indigestione e alla successiva detox.

Ma cos’è successo per far scatenare tutto questo? Per modificare in così poco tempo qualcosa che prima avrebbe necessitato di decenni o forse secoli per potersi trasformare? Quali sono le variabili naturali immutabili che ora stanno crollando (ILLUSORIAMENTE)? Credo lo SPAZIO e il TEMPO.

Ma in che senso? La tecnologia dandoci la possibilità di una connessione continua con tutto e tutti, togliendoci molti lavori fisici per noi necessari per riconnetterci con noi stessi, la natura delle cose e sentire la nostra pochezza (lavare i piatti, muoverci per cercare qualcuno, annaffiare il giardino, ecc,) ci ha illuso di essere esseri meno mortali, più vicini a Dio, in una società dove il concetto di Dio è crollato nei termini in cui è stato rappresentato per millenni e ora ognuno a modo suo cerca di trovarne un sostituto che dia senso, attraverso pratiche di altre culture o attraverso la fuga da sè possibile dalla velocità, dal riempimento del vuoto con social, tecnologia e dipendenze di ogni tipo.

In pochi secondi posso parlare con un mio amico in America, posso avere un pacco dal Canada in 3 giorni, con un messaggio al gruppo su whatap invito tutti e so dove sono, senza dover attendere o muovermi nella speranza di trovarli.

Mentalmente abbiamo eliminato il concetto di spazio e tempo, ma il nostro corpo no. Lui resta ancorato alla realtà della natura, come un albero o il mio cane. Ha ancora e avrà sempre bisogno di spazio e di tempo, di ritmo, accettazione, amore, limti, silenzio, presenza, calore umano e velocità sostenibile.

Pochi giorni fa parlavo con un paziente e riflettevo con lui sul concetto di ricchezza e sul nostro continuo lamentarci di tutto. Ho privilegi che nessun faraone o re ha avuto. Mi sposto in poco tempo di centinaia di chilometri, ho una casa calda e fresca quando voglio, un bagno con acqua bollente a due metri da un letto in lattice, posso scaldare cibo che era sotto ghiaccio nella mia cucina a induzione e cuocerlo in pochi secondi. Sono più ricco di Cleopatra o Giulio Cesare! Nessuno di loro poteva avere tanto con questa facilità.

Sorridendo dico spesso che gli psicologi hanno sostituito i preti, ma la psicologia non ha sostituito la fede. E’ nato Freud ed è morto Dio. Ovvio, è una provocazione e non voglio mancare di rispetto a nussuno, ma credo ci sia un grande fondo di verità in questa provocazione.

Ogni religione prevede rituali di confessione, di “sfogo”, di dialogo con una figura che si reputa e pone come “superiore”, più saggia e illuminata.

La psicologia ha minato le basi delle religioni, spostando le cause del male da forze spirituali a cause familiari, sociali e caratteristiche individuali. Così, sistemando il mio rapporto con i miei genitori quel male che mi attanaiava da anni si dissolve e non imputo più il merito alle mie preghiere, ma alle mie azioni, al mio cambiamento, che ha generato a sua volta cambiamento e che mi ha dato potere anziche sviluppare un senso di vittimismo e delega dellla mia responsabilità a forze esterne; il tutto in un rituale, quello della terapia, che non prevede sanzioni o punizioni, ma accettazione e accoglienza, in cambio di danaro (il che mi fa sentire spesso come una prostituta).

Per secoli, millenni, le società si sono sviluppate all’ombra del timore di un dio, questo soprattutto nelle culture latine, che guarda caso sono le culture con più conflitto sociale, con maggiore attriti, con grandi discrepanze culturali interne, incastrate tra forze rivoluzionarie ed altre conservatrici.

I paesi nordici hanno sempre avuto un’influenza religiosa diversa, non confondendo così la fede con la religione e i religiosi. Ora questo timore divino, questa presenza costante sta venendo meno, sostituito da una sensazione di euforia adolescenziale, in cui i figli si ribellano alle regole dei genitori e cercano di recuperare il senso di oppressione attraverso una sorta di trasgressione, di onnipotenza.

Così, esattamente come un adolescente deve andare a 180kmh per trasgredire alle regole del “padre”, imparerà a sue spese che non è sostenibile quella velocità e ne troverà una sua, più sostenibile, più utile e congrua con il suo corpo, con le sue capacità di guida. Così, come il rapporto con i social, le dipendenze, il gioco d’azzardo, le applicazioni per incontri, l’uso di alcol, di sigarette, di video giochi, in Italia tocca punte vertiginose se confrontate con quelle di altri paesi, lo fa anche il numero di psicologi che è il più alto percentuntualmente al mondo.

Questo ultimo dato è fondamentale a mio avviso, perchè se è vero che ciò spinge a studiare tutto ciò che è psi (psichiatria, neurologia, psicologia, counselling, ecc.) è un disagio e un modo paraculo per capirsi e compattarsi, catapultandosi dalla parte dei sani e dei savi, esattamente come i musicisti scarsi vanno a fare i critici musicali con la presunzione di superiorità, è altrettanto vero che la società che crea tanti psicologi ne ha a sua volta bisogno. Insomma, credo che il numero degli “psi” sia proporzionale al disagio della società e degli psicolgi stessi.

La nostra struttura sociale, intendo quella italiana, ha fondamenta antichissime, tradizioni secolari, il tutto in una “conformazione giuridica” di soli 150 anni circa. Siamo giovani e vecchissimi, non siamo abituati allo straniero in casa, non abbiamo fatto della colonizzazione la nostra fortuna.

La chiesa sta cedendo sotto la spinta dell’evoluzione, se evoluzione si può definire, i preti italiani sono sempre meno e vengono sostituiti da altri di altre culture più povere della nostra, il tutto mentre la tecnologia ci accelera, mina i nostri rapporti personali dandoci la possibilità di cercare qualcuno in tempi brevissimi, azzerando il tempo di rielaborazione del lutto, creando sempre paracaduti affettivi, facendoci cadere nel rischio e nella tentazione di una bulimia relazionale.

Però, nonostante tutto il bisogno di senso, di significato, è presente in noi ed immodificabile se non attraverso l’evoluzione in milioni di anni, ma per quello lascio la palla a chi ci sarà. E quindi ecco un prolificare di corsi di yoga, mindfullness, shiatsu, reiki, droghe, diventando sempre più “bio”, sensibili alla cultura del benessere olistico, con post sulla pesca spietata alle balene sulle nostre bachece ma con diamanti estratti da bambini alle nostre dita.

L’uomo ha bisogno di senso, di ricerca di sè, ecco perchè in ogni semplice edicola le riviste di benessere sono decine, così come i libri di psicologia e crescita personale sono milioni…ma se funzionassero davvero ne basterebbe uno solo no? Cerchiamo senso, attraverso la costruzione, la distruzione, la rimessa in gioco dei nostri valori, delle nostre paure, ma tutto avviene in processi generazionali, ma la nostra attesa è limitata all’immediato e non riusciamo ad avere una visione ed un’accettazione più ampia e che non sia sotto il nostro controllo.

Quindi, credo che ogni cultura si evolva, cambi, involva, si trasformi, attraverso resistenze, impulsività, rivoluzioni silenti e distrazioni. Così, la scelta è nostra e dobbiamo scegliere se nuotare contro corrente, contro forze infinitamente più potenti di noi, a favore di corrente perdendo di vista tutto o fare il morto e farsi trasportare mantenendo un occhio alla riva per potersi fermare ogni tanto e osservare tutto da fuori, per capirne il significato, le correnti, il tragitto fatto e il nostro ruolo.

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